Suonno d'ajere

Costiera campana e Cilento

“Suonno d’ajere” è il titolo di un brano di Pino Daniele. È anche una sinestesia tra il suono – elemento acustico – ed il tempo – elemento visivo, o meglio a-visivo, alla base della fotografia -: forse proprio queste due componenti, atrofizzate, cristallizzate e nascoste, sono le assenze le quali questa serie, sulla scia della precedente, riesce a rappresentare per sottrazione. Viaggiare da Napoli a Maratea percorrendo la costa fino a Positano e attraversando l’intero Cilento, significa infatti impossessarsi di un paesaggio che – come tutti i paesaggi naturali e campestri italiani – lascia respirare un’atmosfera di perdita, dove gli odori e i colori si percepiscono accentuati per contrasto con le forme e l’asfissia della metropoli e con la vita serializzata e asettica dell’Occidente. Si transita dunque dalle forme dell’abitare – un accumulo di identità e attaccamento alla casa come estensione di sé – alle forme cultuali napoletane, peculiari della città, che procedono per stratificazione e personalizzazione: ognuno il proprio santo, come in un pantheon artigianale. La presenza, come sfondo, del mare visto dalle scogliere del golfo di Sorrento – sguardo della natura sulla natura, in contrasto al mare visto altezza piedi, mare umano – ed il suo dominio sulle traiettorie delle barche e degli uomini, scie di aerei su un cielo capovolto, fa da bussola ad un percorso atto a restituire identità alle forme del caos naturale: ecco che l’albero si fa individuo, il palo simbolo dell’atto umano, la luce arbitro della sopravvivenza delle cose nella memoria umana, l’animale come carogna prossima, l’edera come costume per nuove finzioni. Le rovine di Paestum ci ricordano che persino la distruzione segue delle mappe rigorose, atte a preservare concetti ed unità: ecco le colonne rase al suolo assomigliare a tronchi segati, ecco la singola pietra scanalata, unità dell’abitazione, ecco la sopravvivenza dell’ascensione del tempio. Ciò che è fondamentale dell’atto umano è ciò che sopravvive alla memoria: l’unità, mascherata o palese, il motivo necessario. L’enigma, dietro a certe disposizioni della realtà, colte da un voyeurismo che le smaschera nel loro così ordinato abbandono, che qualche meccanismo ordinatore stia tessendo una trama… La fotografia, nel tentativo di ordinare la realtà, più che ricerca di risposte si fa costituzione di una domanda profonda, di un mistero senza risposta.