Pareva lagna d’un matto

fare avanti e indietro

giorno e notte, sottovuoto

Adesso è scienza

da infliggere al mondo […]

TFK

Sul Washington Post, testata dalla risonanza mondiale, a qualche mese dalle elezioni del Presidente degli Stati Uniti è apparso un editoriale intitolato: “We must weed out ignorant Americans from the electorate”, che tradotto alla lettera significherebbe “Dobbiamo sradicare (verbo reso attraverso l’immagine dell’erbaccia – weed) gli americani ignoranti dall’elettorato”. Il contesto lo conosciamo: le imminenti elezioni americane sono state lo specchio di un’opposizione storica del linguaggio pubblico. Da una parte il politically correct delle forze democratiche, dall’altra il linguaggio populista, schietto, semplicista e spettacolistico di Donald Trump.

Non si tratta più di destra o sinistra – elementi ideologici ormai fagocitati dalla logica capitalista – ma di due veri e propri schieramenti linguistici che dividono anche il panorama artistico e letterario. La politica democratica per le masse, a cui da manforte il sistema del pop, ci ha abituato alla performance: essa non ha più a che fare con programmi elettorali ma agisce sulla base spietata ed esatta di strumenti statistici in grado di individuare in determinati modi di porsi la possibilità del voto. In parole povere non è sparito il pensiero politico: semplicemente non è in grado, da solo, di costituire una massa adeguata di voti in grado di far vincere un’elezione poiché l’elettorato non si dimostra capace di orientarsi in base al pensiero ma, piuttosto, è orientato al pensiero attraverso la performance.

Questo avviene perché in un’epoca come questa in cui, cresciuta e ormai garantita l’alfabetizzazione de facto degli individui (capacità di leggere e scrivere e di fare piccoli calcoli), complice l’istruzione obbligatoria e la propria barbara standardizzazione di un sapere mnemonico e acritico e la propria interconnessione con un sistema di ricompense sociali e con la sostenibilità economica delle sue strutture, l’ostacolo insormontabile alla democrazia è quello che di recente viene discusso come “analfabetismo funzionale”, ovvero l’incapacità di tradurre in una sintesi critica propria più elementi di un discorso. Questi due elementi – l’analfabetismo funzionale e la democrazia – non sono uno figlio dell’altro, ma piuttosto apparentati dalla stessa radice pratica, ovvero la mal applicazione dell’idea tardo-novecentesca che si debba garantire una parità di condizioni a tutti gli individui, includendo anche coloro che, culturalmente, erano appartenuti ad approcci alla vita diamentralmente opposti: l’esempio più lampante è quello del contadino – oggi civilizzato – che per una vita intera ha collegato il sapere a ciò che serve a vivere/sopravvivere nel proprio spazio sociale e geografico e non alla comprensione della realtà mondiale.

Venendo dunque al panorama nazionale, si tratta di una convergenza – inevitabile e malgestita – di formae mentisdifferenti all’interno dello spazio di uno “Stato” imposto attraverso un’unificazione decisa a tavolino da un potere di fatto oligarchico che – negli anni – ha costruito strumenti democratici per garantire l’illusione della partecipazione ad una percentuale consistente di individui incapaci di esprimere un’opinione politica personale ed elaborata. La trasformazione poi imposta dal mondo della pubblicità e della “scienza delle comunicazioni” dagli anni sessanta in poi ha fatto sì che ci fosse una definitiva divergenza tra la forma apparente dell’opera politica e la forma pratica, ovvero un cortocircuito all’interno del quale il potere democratico può agire in evidente contraddizione con le proprie promesse che lo hanno eletto poiché la percentuale di coloro in grado di accorgersene non costituisce una maggioranza in grado di ribaltarlo.

Non si tratta dunque di una lobby – o di una casta, termine amato dagli analfabeti funzionali barbarizzati dalla programmatica comunicazione grillina – che impone un sistema di educazione che appiattisce la coscienza individuale, ma di un sistema di potere che agisce in base ad un meccanismo inevitabile all’interno di uno spazio democratico e al contempo capitalista.

La riga dell’editoriale “Unfortunately, we can’t trust you.” appare quindi come l’epigrafe, la parabola discendente dello stesso Uncle Sam che, sull’onda di proclami di grandezza nazionalista, apostrofava il cittadino americano a farsi soldato per gli Stati Uniti, cedendo di fatto la propria stessa vita al potere democratico in nome di una paradossale libertà. La democrazia occidentale odierna – che di fatto, negli anni dell’advertising spietato, del marketing ad personam e del tardo capitalismo, si è dimostrato lo scettro definitivo in mano a multiformi totalitarismi travestiti da messaggeri di pace – non può essere più pensata come l’unica forma di governo accettabile, ma come un sistema che necessita di una profonda e continua revisione critica, al fine di preservare l’identità e la libertà dell’individuo e di limitare il rischio di un burattinaggio selvaggio e ininterrotto di tutti coloro che – gioco forza – non hanno la possibilità di costruire un’opinione politica coerente per via del vizioso sistema nel quale vivono.

L’articolo del Washington Post è reperibile al seguente link: https://www.washingtonpost.com/opinions/we-must-weed-out-ignorant-americans-from-the-electorate/2016/05/20/f66b3e18-1c7a-11e6-8c7b-6931e66333e7_story.html