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“Siamo i primitivi di una nuova era”

L’uomo storico e il vertiginoso sviluppo della propria tecnica occupano un lasso di tempo biologicamente insignificante perché si possa parlare di evoluzione nel suo senso tradizionalmente animale. Seppure coesistano diverse dimostrazioni sui cambiamenti fisiologici e intellettivi avvenuti nel corso dei millenni che ci precedono, pare ancora possibile parlare con certezza della stessa specie che inventò la scrittura cuneiforme, l’alfabeto fonetico e la strada di pietra. Messe però a confronto le realtà intellettive dei pochi primitivi rimasti al mondo con la forma mentis dell’uomo occidentale moderno, essi sembrano appartenere a orizzonti di pensiero diametralmente opposti.

A livello percettivo l’evoluzione umana sembra progredire seguendo un ritmo molto differente da quello biologico, che si può definire a tutti gli effetti una linea iperbolica, in costante accelerazione. Tuttavia, paragonando la stasi di certe società tribali con la frenesia industriale dell’Occidente capitalista, questa definizione crolla immediatamente. Per difendere la nostra impressione iniziale, parte integrante di una chiave di lettura del mondo, sentiamo il bisogno di distinguere radicalmente noi da loro, di tracciare una linea di demarcazione – chiamata progresso – che essi non hanno ancora valicato, sentiamo il bisogno di considerarci evoluti rispetto a dei primitivi. Così, protetti dai comfort materiali e ideologici della modernità, lo spazio privilegiato della nostra razza occidentale, procediamo nello studio del mondo e della realtà, costruendo una morale politica, un concetto di società ideale, producendo, consumando e adorando i prodotti rivoluzionari della tecnologia, sviluppando feticismi verso il mondo delle cose e le sue macchine, mentre i computer, gli smartphone, diventano la nostra seconda pelle, l’interfaccia attraverso la quale ci rapportiamo alla realtà.

Resta però, come una vecchia cicatrice che pulsa al repentino rovescio temporalesco, la paradossale consapevolezza che l’essere umano della tribù appartenga alla nostra stessa specie biologica. Si tratta di una coscienza implicita, la constatazione spaventosa di appartenere alla stessa famiglia. L’esistenza e la sopravvivenza delle società primitive in un’epoca come la nostra gettano uno sguardo severo sulle contraddizioni della modernità. Cercare di analizzarle vuol dire costruire una filosofia del progresso, provare a capire da dove proviene la nostra evoluzione, come si è realizzata quella che crediamo la “razza migliore, sedotta dai più scaltri acciai”.

Si resta disorientati, perché per trovare la bussola in questo paradosso sconcertante bisogna abbandonare l’abitudine ormai automatica di cercare una nuova soluzione e guardare indietro, recuperare una prospettiva animale. In tale senso, osservando il mondo delle cose come un habitat, percepiamo chiaramente le ragioni di una biforcazione così netta nella storia dell’uomo. Se la metropoli è la nostra foresta, la regione geografica dove si sviluppano, si evolvono, si contaminano i comportamenti, le intenzioni, le identità e le scienze della collettività, si capisce come l’Occidente abbia potuto così suggellare il percorso che fin dall’inizio ha caratterizzato le sue popolazioni e le sue terre: l’occasione dell’incontro, dell’assimilazione, della comunità. Siamo giunti sulle pianure, le terre della possibilità, dove, per controllare il mistero della realtà, abbiamo scoperto la tecnica. Abbiamo osservato le mani e scheggiato le selci; abbiamo osservato la pelle e abbiamo innalzato le mura delle nostre case; abbiamo osservato il braccio e costruito la lancia; abbiamo osservato il piede e costruito l’automobile. Così il nostro corpo si è esteso attraverso le tecnologie, ha eretto villaggi, città, regni, imperi. Viviamo ora in un habitat di cemento e, proprio come animali, vi sviluppiamo le nostre facoltà, ci evolviamo in relazione ai cambiamenti da esso e in esso prodotti. La storia ci ha trascinato, infine, all’alba del terzo millennio. Dopo un secolo di stravolgimenti traumatici, siamo diventati un’umanità elettronica, abbiamo scoperto l’istantaneità della macchina, abbiamo razionalizzato l’automazione, creato il computer e con esso la realtà virtuale.

Oggi, alle soglie di un’era che anche i geologi chiamano Antropocene, in cui l’Occidente si dichiara signore e padrone della materia stessa del mondo, partecipiamo a un tempo accelerato in cui l’interazione tra gli uomini ha superato con Internet una soglia che coincide con un apice definitivo, la comunicazione che diventa più veloce della realtà. Si tratta del più grande stravolgimento dello stare insieme della storia dell’umanità, il più traumatico cambiamento di habitat di sempre. Davanti a questa evoluzione, le fondamenta del nostro pensiero e del nostro sapere sono scosse da una nuova, incontrollabile mole di informazioni sulla realtà, innescando una paura animale, un sentimento primitivo.

Questa reazione è destinata ad accompagnarsi a una riforma radicale dei concetti e degli strumenti con cui affrontiamo il mondo. L’invasione delle nuove tecnologie ha innescato una profonda crisi della realtà, scaturigine dell’urgenza ancor più grande di dover distinguere tra virtuale e reale, tra naturale e artificiale. Questo nuovo piano della percezione ha separato definitivamente la nuova società dal mondo delle antiche tradizioni, accrescendo il divario tecnologico tra le generazioni, ora incapaci di comunicare con lo stesso linguaggio.

Nel giro di un solo decennio, ci siamo accorti di esserci improvvisamente chiusi in un isolamento antropologico, chini sugli schermi dei telefoni e dei computer. Immersi nella realtà permanente dei social network, siamo diventati tutto a un tratto vittime dell’imposizione a esibirsi, a dover esprimere la nostra opinione su qualunque argomento, a dover rendere pubblica la nostra intimità. Tutte nuove pressioni che insistono su una quotidianità già schiava dei ritmi automatici e schematici del capitalismo, generando una nuova angoscia esistenziale che ci trova indifesi, perché affrontiamo quest’epoca con strumenti obsoleti, arnesi intellettuali del passato.

La generazione di mezzo, quella che è nata prima di Internet e che ne ha osservato la graduale evoluzione, arrivando a possedere gli strumenti per comprenderla, si trova oggi sospesa su un filo da acrobata, tra un’epoca e l’altra. Ha vissuto la genesi dei linguaggi delle nuove generazioni, è cresciuta giocando in strada e ai videogiochi, ha sperimentato la socialità prima di Internet e ha visto nascere i social network, vivendo questa fase evolutiva da protagonista e percependone maggiormente il peso. È l’unica, dunque, ad avere la possibilità di possedere una visione critica, a poter elaborare una riflessione che si dipani in tre direzioni fondamentali: testimoniare e preservare le metamorfosi che relegheranno nella storia i costumi e le tradizioni del mondo precedente; fornire gli strumenti per orientarsi nel marasma dell’umanità digitale alle generazioni che verranno; comprendere la natura paradossale e contraddittoria delle nuove illusioni, per testimoniare quanto, nonostante la Storia, siamo ancora quegli esseri umani che davanti al sole urlarono “Dio”. Questa visione ha il solo compito di stimolare la ricerca di uno sguardo privo di pregiudizi e di prese di posizione, di strumenti di autodifesa e di ostinate inesattezze, di ideologie ed estremismi, uno sguardo che riesca a contemplare, dunque, la più grande potenza dialettica della comprensione: una forma raffinata di tolleranza, che consiste nella sopportazione razionale e intelligente delle contraddizioni, del diverso, delle ingiustizie percepite, del peso dello stare al mondo.

Procedere nell’analisi di un argomento così ampio è assolutamente rischioso, per cui è necessario un preambolo che avvisi sugli strumenti con cui è stata sondata la situazione attuale e sono state elaborate le suggestioni sul destino di questi fenomeni. Innanzitutto le fonti: non ci aiuta la letteratura prodotta nel ventunesimo secolo, tutta contratta nella spinta autodifensiva che accompagna i dibattiti sulla crisi culturale, sull’analfabetismo di massa, su critiche sterili ai social network e alla meritocrazia. Soprattutto in Italia questo fenomeno è avvertito con fervore assillante, per via di una classe intellettuale che si sente attaccata – e nei fatti lo è – dalle recenti trasformazioni sociali portate dalle nuove spinte reazionarie e conservatrici e dalla comunicazione del web, che minacciano di soffocare la produzione di contenuti impegnati con la sovrabbondanza del qualunquismo. Sono famosi gli interventi recenti di Eco, quelli di qualche decennio fa di Bene e di Pasolini e nondimeno i saggi antimoderni di Massimo Fini.
Ecco, forse nel secondo novecento si possono già rintracciare degli elementi utili alla nostra analisi. Gli autori di quell’epoca avvertirono, non a torto, una trasformazione improvvisa dell’umanità, operata in quegli anni dalla diffusione capillare del mezzo televisivo. A una maggiore velocità nello scambio di informazioni e all’onnipresenza di schermi televisivi che proiettavano palinsesti identici si avvertì un trauma primitivo simile al nostro. Lo strumento di difesa con il quale l’Occidente reagì al fenomeno fu un conformismo nuovo, che assumeva soprattutto una forma estetica e antropologica. A conformarsi erano i costumi, i volti, i capelli, gli stili di vita, i desideri. Era l’inizio del dominio inconscio e intellettuale delle immagini.

La reazione fu biologica, perché lo sconvolgimento portato dalla TV nelle case delle persone fu lo stravolgimento di un habitat. Le elaborazioni del panorama intellettuale di quegli anni aiutarono a comprendere quella crisi, che già nelle letture di Debord, Fellini e McLuhan venne profondamente sviscerata, producendo il pensiero critico che nei decenni a seguire avrebbe aiutato l’umanità a superarla. Gli anni ’90 ci appaiono infatti già maturi riguardo alla coscienza della propria epoca, nonché una stagione di fioritura letteraria e artistica, soprattutto oltreoceano e in particolare negli Stati Uniti, che può dirsi culminata con la produzione di Wallace e con l’ultimo romanzo di William Gaddis, quel canto del cigno che è “Agapē Agape”.

La trasformazione portata da Internet all’alba del nuovo secolo somiglia a quella del mezzo televisivo, ma sviluppa una potenza ulteriore. La televisione non aveva la consistenza di una realtà virtuale onnipresente, restando comunque un oggetto con una propria collocazione fissa all’interno dell’abitazione. Internet invece è la prima tecnologia che conquista l’ubiquità, trasformandosi in un contesto sociale permanente, inarrestabile, sovrabbondante, che necessita di un’analisi ancora più approfondita. Per assolvere a questo compito bisogna recuperare una visione distaccata, critica, guardando alle metodologie dei teorici dei media del secondo novecento. Le loro opere hanno gettato uno sguardo nuovo, olistico, sulle trasformazioni dell’umanità, accorgendosi di una naturale corrispondenza tra antropologia, cultura e progresso tecnologico. Alla luce delle loro riflessioni emerge con chiarezza la prospettiva per cui ogni nuova rivoluzione tecnologica, data un’improvvisa incapacità di comprendere le metamorfosi del proprio tempo, riporti l’uomo a una condizione primitiva, stimolando in esso nuovi traumi, nevrosi, paure e ossessioni, generando crisi vaste e incontrollabili in tutti gli ambiti della cultura.

In un’epoca in cui la tecnologia si evolve a una tale velocità da fare sembrare l’uomo che la interpreta come Achille che rincorre la tartaruga, questo testo cerca di porsi proprio come lo strumento di un primitivo.

Ergo, il titolo.